EVVIVA L’AMORE.

Sabato 14 Febbraio SAN VALENTINO

 

“Buonasera.”

“Buonasera Signora.”

“Senta, palloncini con le scritte delle canzoni?”

“Dunque Signora, abbiamo i biglietti di auguri personalizzati con le scritte delle canzoni, e sono nella vetrina dove ci sono anche i palloncini personalizzati, ma non con le scritte delle canzoni.”

“No no. Mio figlio mi ha precisato un palloncino da 5,50 euro, con la scritta A TE CHE SEI, ecc..di Jovanotti.”

“Signora, guardi, le faccio vedere.”

“Vede? Abbiamo i biglietti di auguri fatti a mano da noi con diverse scritte di canzoni, tra cui quella di Jovanotti che diceva lei…e costano 5,90.”

…silenzio…

“Poi abbiamo i palloncini piccoli già stampati, non personalizzabili, da 5,00 €…”

…silenzio…

“Ed infine i maxi cuori in 3 colori con le scritte personalizzabili, per i quali però accettavamo ordini fino a ieri, in quanto occorre un po’ di tempo per realizzarli, e comunque costano € 29,90.”

“Strano. Mio figlio è stato preciso. Ora andava anche a lavoro, non so come contattarlo.”

“Signora, si fidi, se cercava proprio la canzone di Jovanotti, è il biglietto d’auguri. Anche il costo che si ricordava lui si avvicina a quello del biglietto.”

“No no. Parlava di palloncini.”

“Forse intendeva la vetrina dove sono i palloncini.”

“No no parlava di palloncini a € 5,50”.

“Signora, il costo dei palloncini è di 5,00 questi stampati, 29,90 i cuori maxi personalizzabili, 2,50 i cuori in latex normali, 1,50 i cuori in latex piccoli. Non ci sono palloncini da 5,50.”

“Li avrà terminati.”

“Signora…le assicuro di no. Glielo direi tranquillamente.”

…silenzio…

“Se vuole, e non ha fretta, potrei accettare un’ordinazione extra per il cuore maxi e personalizzarlo con la scritta che vuole, per stasera, all’ora di chiusura…ma le ripeto che il costo è di 29,90.”

“Provo a chiamare mio marito, guardo se mio figlio è ancora con lui.”

“Giorgio, Luca è ancora con te?”…”Passamelo un attimo.”…”Luca, guarda che i palloncini con le canzoni qua non ci sono. Ci sono i biglietti fatti a mano con le canzoni.”…”Di palloncini c’è solo quello maxi personalizzabile, ma costa 29,90.”…”La Signora del negozio insiste che non li ha mai avuti.”…”Che ti devo dire. Comunque il biglietto è piccolo…cioè è il formato di un biglietto auguri normale, anche se decorato a mano. Ma non fa scena.”…”E ho capito che lei aveva visto la canzone, ma se non c’è non c’è!”…”Senti, fai più figura con un palloncino stampato normale.”…”Allora? Veloce, o sì o no, mica posso stare qua 3 ore.” …”Nooo, la canzone non c’è. C’è solo nel biglietto. Ma a me non piace.”…”Avrai capito male, magari ti ha detto la vetrina dove sono i biglietti con le canzoni e voleva un palloncino.”…”Senti io il biglietto non te lo prendo perché non mi piace. Ti prendo un palloncino normale da 5,00 euro, poi ti arrangi.”

 

“Signora, mi dia il palloncino normale con la scritta I LOVE YOU, e va bene così.”

“Va bene Signora, come vuole.”

“Capirà…mi sta pure antipatica la ragazza di mio figlio…basta e avanza.”

 

…silenzio…

Firulì Firulà

Con Dido che mi flauta nell’I-Pod, mi aggiro per casa in pigiama, in pausa dal lavoro decorativo per il negozio. Può sembrar strano che in casa usi l’I-Pod, come un’adolescente che vuole isolarsi da quel mondo che le sembra così estraneo. Eppure è così. E’ un rifugio. Dai rumori di quella quotidianità altrui che non mi appartiene. Dagli urli di una madre repressa che si permette di dare dello “stupido” al figliolo di 6 anni. Dall’abbaiare di un cagnetto domestico, recluso in 3 metriquadri di mono-giardino-ben-rasato-e-organizzato, come vuole la moda edilizia degli ultimi 20 anni, circa. Dallo sciacquìo di un wc accuratamente e quotidianamente igienizzato da mani esperte di casalinghe perfette. Dal rumore rutilante del cantiere a 50 metri dalla nostra porta di ingresso.

 

Muri di cartapesta che umiliano la dignità umana, pagati migliaia di euro. Bah.

 

Ma sì…meglio una schitarrata alla John Butler.

 

E poi pasta e piselli, nella migliore tradizione abruzzese. Con le pipe.

Certo ci vorrebbero i profumati pomodori San Marzano di quelle parti, magari già pelati…mmm, che ricordi gustosi e profumatissimi. Ma mi arrangio con una passata rustica. Si fa quel che si può.

 

Incredibile! Nonostante l’I-Pod acceso, riesco a sentire la Naila cantare. E’ la vicina lato nord-ovest. Moglie di Jimmy, o meglio di Abel, che ha voluto occidentalizzarsi il nome in Jimmy. Son tunisini. Hanno più o meno la mia età. Ma doppia prole in più. Incredibile come in uno stabile di 10 villette comunicanti, le uniche persone veramente civili sono questi due extracomunitari, alla faccia di almeno altre 6 famiglie italianissime e ignorantissime che creano problemi di ogni tipo a scadenze regolari. Sono discreti, educati, sempre con il sorriso sulle labbra, disponibili nei momenti di bisogno, rispettosi delle libertà altrui. Puntuali nei pagamenti, aperti quel tanto che basta per capire che un po’ di soldi investiti in migliorìe allo stabile oggi, sono problemi in meno domani. Pulitissimi al punto che la Naila lava gli autobloccanti del suo ingressino con la candeggina!

E poi Jimmy è un artista, il che me lo fa sentire vicino. O meglio, è un muratore, piccolo imprenditore (è un capetto di una decina di tunisini grandi lavoratori), perfettamente inseritosi nel mondo lavorativo della zona, che ha in più un tocco artistico in ogni cosa che realizza. Non so se mi spiego…di quegli artigiani che ti danno il tocco finale all’opera, e che consegnadotela bella e finita, puliscono anche tutto! Incredibile! Alzi la mano se esiste ancora un muratore italiano così preciso!

Naila invece canta. Il che me la rende simpaticissima. Canta canzoni arabe, con quella litanìa e quella cadenza propria di quella lingua. Che i primi tempi mi immobilizzavano decine di minuti all’ascolto incantato di una gioia straniera. Mentre ora mi fanno semplicemente sorridere. All’inizio pensavo addirittura fossero preghiere. Poi ho capito che ha 30 anni come me e come me una passione sfrenata per i suoi idoli musicali.

Certo…un difetto la Naila ce l’ha. Canta tanto quanto soffrigge. Soffrigge di tutto nelle ore canoniche di pranzo e cena. Ho paura soffrigga anche i mobili! E questo vuol dire un puzzo di cipolla che se non tieni le finestre chiuse ti entra nei pori della pelle, che sembri uscita or ora dal Mc Donald!

Ma un sorriso alla vita val bene un po’ d’olio soffritto, che dite? Che poi, a pensarci bene, son 4, i sorrisi: quello di Naila, di Jimmy, e quello dei loro 2 maschietti. Sti’ due pargoli di 4 e 7 anni che non fai in tempo a scender di macchina, che ti hanno già sparato un “Ciao!!!” allegro, nascosti tra le siepi del loro micro-giardinetto che comunica col nostro posto-auto.

 

Troppo perfetto per esser vero?

Non me lo chiedo. Mi limito a viverlo. E quasi quasi chiedo a Naila di insegnarmi l’arabo, il francese, e di perfezionarmi l’inglese…che sarò pure più “acculturata” di lei, ma intanto LEI parla benissimo 3 lingue, oltre la sua ed ha viaggiato per mezza Europa, molto più di me.

 

Cosa potrei mai darle in cambio io?

Chissà come odi.

Svelta, minuta, essenziale, minimalista, pulita.

Ti osservo spesso nel tuo da fare.

Poco interessata a quel che fai, in realtà.

Ansiosa di vedere un lampo, uno solo, nel tuo sguardo.

Un capello, uno solo, fuori posto, nel tuo caschetto.

Prima o poi.

 

Non chiedi mai.

Ritieni che la vita dia, se dai.

Hai una bontà d’animo frutto di un’umiltà inculcata, più che voluta.

Anni passati ad imparar l’arte, qualsiasi.

Che prima o poi tutto serve.

 

Non è nemmeno il lavoro che avresti sempre voluto fare.

Forse nemmeno l’hai, un’ambizione personale.

Ti ci ritrovi, nelle situazioni.

E cerchi di viverle nel modo “giusto”.

Educatamente. Con tatto. Con delicata prontezza di spirito.

 

L’unica piccola speranza che covi, è quella della “sistemazione”.

Vuoi sistemarti.

Ed il negozio, (frutto della sua ambizione,non della tua) pare sia l’unico mezzo per arrivarci.

E così non fai domande.

Ma sgobbi.

Non ti sei mai nemmeno chiesta come mai lui ha questa passione,

piuttosto che per i video games.

O per il sushi.

 

Ti è arrivato così.

In un giorno come tanti, mentre ti lasciavi vivere accanto alle tue amiche.

E come sempre non hai fatto domande.

Accettando, imparando a condividere.

Ma non per curiosità.

Ma per dovere. Un dovere non riverenziale.

Ma nei confronti di te stessa.

Non puoi tradirti.

Un bravo ragazzo per una brava ragazza come te.

 

Ti riesce male, il ruolo di commessa. Non è il tuo.

Anche se il tuo tocco femminile è perfetto.

Tutto brilla. Tutto è in ordine.

Specie nei tuoi pensieri.

Pensieri inscatolati.

Tu sei il braccio, in quel negozio.

E la clientela ammicca con lui.

 

Come sei quando piangi?

Come sei dopo un orgasmo?

Arrossisci solo di fronte ai doppi sensi?

O esplodi anche tu in urla di rabbia?
Hai mai visto il sole?
Hai mai voluto perderti?

 

Non ti ho mai scovata imbarazzata,

di fronte a questi miei sguardi interrogativi.

Ti sei mai accorta di me?

Non della mia presenza fisica.

Della mia curiosità.

 

Io che non amo l’asfissia femminile,

ti porterei in viaggio con me.

Per meravigliarmi della tua meraviglia.

Per sorridere della tua timidezza.

Per far allargare quelle tue braccia

(perennemente conserte quando non sei indaffarata)

al mondo.

 

Dopo un tuffo nell’ ALTRO,

rimarresti quella di oggi?

Ti basterebbe quello che hai?

Apriresti un libro in più?

O incaselleresti l’esperienza in un

“sarebbe bello, ma è solo un sogno”

consolatorio?

 

Chissà come odi…

 

Solo Oggi.

 

“Smettila con quel walkman, tutte pazzità queste!”

La paura.

La paura di vedermi scivolare via, presa da pensieri non ancora masticati da te.

 

Ore 7:00 colazione

Ore 7:01 tg del mattino

Ore 7:13 oroscopo

Ore 7:20 toilette mattutina

Ore 7:50 accensione dell’auto

 

Arrivavi in ufficio sempre in anticipo, tant’è che avevi le chiavi del magazzino.

Aprivi tu le danze.

La paura.

La paura che qualcuno con la sua inettitudine o inesperienza incidesse negativamente sul tuo lavoro quotidiano.

 

Ore 12:30 chiavi nella serratura.

Ore 12:31 pasta al sugo nel piatto.

Ore 12:45 mela.

Ore 12:50 “Metti a 5”

Ore 13:00 tg5.

Ore 13:10 “Ma a che ora torna da scuola?”

                 “Lo sai che esce all’una e un quarto.”

Ore 13:25 Ti affacci al balcone guardando verso il garage a destra.

Ore 13:28 Giro verso il garage, e te sei lì. Rientri in casa. Metto il motorino dentro.

Ore 13:33 “We’, sei tornata. Come è andata a scuola?”

                 “Tutto bene Pa’.”

                 “Hai preso qualche voto?”

                 “No Pa’, oggi solo spiegazioni.”

                 “Tanto me lo diresti se prendi un 4.”

                 “Pa’, ho 4 solo in geografia, lo sai.”

                 “Che poi non capisco perché. Hai 7 e 8 in tutte le altre materie.”

                 “Non mi piace Pa’, semplice. Non la studio”

Ore 13:40 Caffè.

 La paura. La paura delle mie bugie. La paura che io ti inganni. La paura di vederti fregato da questi occhi.

 

Ore 13:50 riparti per il lavoro.

Ore 14:10 caffè nel bar sotto l’ufficio.

Ore 14:15 sei già sulla  scrivania. Dovevi esserci alle 15:00.

La paura. La paura di restare in casa 5 minuti in più ed esser costretto ad uscir fuori dai dialoghi striminziti da te preconfezionati per sentirti al sicuro. La paura che queste mia labbra ti chiedano permessi adolescenziali cui non sapresti cosa rispondere se non con un “Non se ne parla.” che porterebbe al mio mutismo. La paura del mio mutismo. La paura che io scappi. La paura che io non capisca che sei costretto ad esser così. Costretto dalla tua paura.

 

Ore 18:20 Chiavi nella serratura. Hai la barba incolta. Mi son sempre chiesta come faceva a crescerti quel po’ di barba in poche ore pomeridiane. Hai anche le mani sporche di grasso. Non dovresti lavorare con gli operai. Lo fai. Loro non capiscono niente. Devi metterci le mani tu. La paura che mandino a puttane il tuo lavoro.

Ore 18:21 Bicchiere d’acqua gassata.

Ore 18:30 “E’ pronto il bagno?”

                 “Sì. Rinfrescati, ti ho preparato la tuta sul letto.”

Ore 18:50 Fresco e profumato, direzione divano.

                 “Hai studiato?”

                 “Sì, Gianni, ha studiato.”

                 “Hai compiti in classe domani?”

                 “No, interrogazione di storia dell’arte.”

                 “Vabbè, è una pazzità. Poi a te piace, no?”

                 “Sì, Pa’.”

Ore 19:00 telecomando alla mano. Che vuol dire stop con la conversazione.

La paura. La paura che ti chieda qualcosa di te. La paura di non avere argomentazioni. La paura di sentirti inadeguato con questa figlia che credi acculturata. Perché la scuola è cultura, non ne hai dubbio. Se uno va a scuola deve per forza saperne di più. A cosa vuoi che servano la musica, l’arte, le discoteche, le relazioni sociali. Tutte pazzità. Che distraggono. Dalla retta via.

 

Ore 19:30 “E’ pronto?”

                 “Quasi. Metti la tavola, bimba.”

                 “Sì Ma’.”

Ore 19:32 “Ecco brava. Non mangiare il pane. Se mangi senza pane non ingrassi.”

Ore 19:45 Mela.

Ore 19:50 “Allora non mi racconti nulla?”

Eccola la paura espressa. La paura che ti risponda “Sì, Pa’. Oggi con Lorenzo abbiamo fatto sesso in macchina sua. E’ stato strano. Non c’ho capito molto.” La paura di dover, a questo punto urlare. La paura di dovermi schiaffeggiare. La mia relazione di anni la conosci. Ma te DEVI sapere solo determinate cose. Tipo che Lorenzo mi porta a casa per l’ora di cena. Punto. Non ti azzardare a dirmi altro. Questo urla la tua paura.

                 “Cosa vuoi che ti racconti, Pa’.”

                 “Non lo so, non dici mai nulla. Ad esempio le tue amiche. Manuela come sta?”
                 “Bene Pa’.”

                 “Non ci vai più a studiare da lei?”

                 “In questi giorni è capitato di no. Ci vediamo spesso a casa di Clara.”

                 “Clara è quella che ha la mamma professoressa?”

                 “Sì Pa.”

                 “E’ un bene che frequenti quegli ambienti. Son contento.”

La paura. Ancora e ancora. La paura di non essere moderno. Ed eccoti qui, a recitare la parte del  padre-amico, così hai sentito dire ultimamente in tv, bisogna essere anche amici dei propri figli. E al contempo la paura che abbia conoscenze sbagliate. Vaglielo a dire che la mamma di Clara è esaurita, in aspettativa da quasi un anno, in cura per il suo esaurimento da uno psicologo, che Clara non ha orari, che alla sua età fa da mamma al padre e al fratello, e che nonostante questo, forse grazie a questo, è una delle poche stelle splendenti nel mio Universo. E non perché ha tutte le versioni della Divina Commedia nella sua biblioteca. Vaglielo a dire. Sarebbe stata una confidenza più grossa delle sue capacità di affrontarla, che come unico risultato avrebbe portato il mio allontanamento anche da Clara. Padre-amico sì, ma sempre tutore della mia integrità fisica e morale.

                  “Pa’, devo comprarmi i jeans nuovi.”

                  “Li ha DEL RE?.”

                  “No, quelli che voglio li ha CORAZZINI a Pescara. Sono gli ultimi jeans della Levi’s.”

                  “E quanto costano?”

                  “145 mila lire.”

                  “Vabbè, ma con chi ci vai a Pescara.”

                  “Col motorino, Pa’.”

                  “Ma da sola?”
                  “No, andiamo tutte in gruppo.”

                  “Va bene, domani a pranzo ti do’ i soldi.”

La paura. La paura che io soffra l’inadeguatezza sofferta da te. Potevo chiederti la Luna. Me la compravi. A volte senza nemmeno che io chiedessi. Che non si dica mai che non pensavi ai bisogni di tua figlia. Per i vestiti, gli accessori, le scarpe, e i libri, potevo chiederti qualsiasi cifra. Anche per i videogames, le radio, il pc, la macchinetta fotografica (queste erano tue passioni, le stesse mie, eran quindi giustificate le spese). Ricordo di essere stata la prima della mia compagnia, alle elementari a seguire un corso di LINGUAGGIO BASIC PER PC. Di essere stata la prima ad avere uno stereo kenwood nero con le casse dai profili arrotondati; una figata. Di essere stata la prima ad aver seguito un corso di inglese su cassetta. Di esser stata la prima a portare la macchinetta fotografica in gita alle medie.

Ma guai se chiedevo soldi per un gelato, una merendina, una pizza a scuola (così ingrassi come tua zia), un disco, un biglietto di un concerto (pazzità, pazzità). Singolare che lo stereo sì, i dischi no. “Ascolta la radio”. I dischi erano una spesa fissa, e poi tu non conoscevi tutte queste canzoni moderne, che ne so che ti vai ad ascoltare. Ed io taravo. Di certo non rinunciavo al privilegio di ottenere quel che mi davi a gratis. Chiedevo di più per A per farci uscire anche B. Complice muta Ma’, che non faceva domande da dove arrivassero i dischi nuovi. Tanto te non te ne accorgevi.

 

Ore 20:30 Striscia la Notizia

Ore 20:35 “Che fa stasera?”

Ore 20:36 “Non lo so Pa’, Guarda su televideo, dovrebbero esserci i filmissimi a Canale 5”

Ore 20:45 Insieme sul divano. A guardare una prima visione.

 

La paura. Anche in quel momento. Che una scena sopra le righe insinuasse imbarazzo fra noi. Come mi avresti guardato poi?

Ti avrei chiesto qualcosa io? Ti osservavo spesso mentre col telecomando in mano e guardando nel vuoto facevi zapping durante le pubblicità. Non mi hai mai picchiata. Oddio una volta sì, ma l’avevo combinata grossa. Se mi avessi picchiata di continuo, avrei avuto una buona ragione per odiarti. Ne avevo bisogno, di una ragione per odiarti. E invece no. Eri lì, presente-assente nella mia vita, in maniera placida, ma autoritaria. Non avevo appigli per ribellarmi. Non avevo scuse per non fare quel che desideravi. Non avevo alibi per i miei colpi di testa.

 

Mi hai fregato con le tue paure.

 

Ho dovuto trovare una ragione per sconvolgere la mia vita dentro di me.

 

Solo oggi, che hai smesso di aver paura per me, hai il coraggio di abbracciarmi.

Solo oggi, dopo anni di pianti per questa figlia che ti ha ferito immeritatamente, piangi con me.

Solo oggi, che ti sei arreso alla mia essenza, mi chiedi consigli, mi dai consigli, mi conforti spronandomi, mi chiedi se ti voglio bene.

Solo oggi mi guardi come un appiglio, il tuo appiglio, piuttosto che come una naufraga alla deriva.

 

Solo oggi, che hai convogliato tutte le tue paure altrove (non le hai di certo risolte), mi sono e mi hai liberata da quel giogo.

 

Solo oggi, siamo padre e figlia.

 

Le ATTESTAZIONI DI MERITO e la CENTRALITA’ DELLA PERSONA IN UN’AZIENDA PRIVATA CON SCOPO DI LUCRO

Fa sempre piacere scoprire di punto in bianco che un’azienda privata, con palesi fini di lucro, abbia il tempo di riflettere su quanti, fra i suoi operai, le hanno evitato GRANE, perché diligentemente, con prudenza e perizia, hanno evitato di farsi male al lavoro.

E fa altrettanto piacere scoprire che la stessa azienda non si limita alla riflessione, ma agisce: “non si dica mai che un’azienda come la nostra non riconosca il valore dei suoi operai più meritevoli!”

E quindi fa piacere essere invitati ad una serata di “atmosfera familiare” in cui verranno consegnati  speciali attestazioni di merito a tutti gli operai che hanno questo particolare dono: “la capacità di non farsi male lavorando”.

E soprattutto fa piacerissimo che ad invitarci a questa serata “in famiglia” siano un generico DIRETTORE GENERALE (senza firma), ed un generico DIRETTORE DI PRODUZIONE (senza firma): è in questo modo, infatti, che l’Azienda riconosce come fondamentale valore quello della CENTRALITA’ DELLA PERSONA, permettendo alla persona interessata di interfacciarsi col sistema azienda, piuttosto che con le singole persone che ne tengon le redini.

Sì sì.

Fa talmente piacere che per l’occasione io e mio marito ci metteremo in ghingheri e, con altrettanto entusiasmo e piacere quella stessa sera stapperemo una Bud al tramonto,ma altrove, brindando all’apoteosi del bigottismo capitalista, e della demenza delle altre “formichine” che quella sera saranno tutte lì, in fila, a ritirare il premio, facendosi prendere per i fondelli, e facendolo fare anche davanti alle loro rispettive consorti! Che avran speso dai 50 ai 100 Euro per l’acconciatura di gala, senza riflettere sul fatto che quei 50 o 100 Euro in più a fine mese in busta paga sarebbe stato, magari, un attestato di merito migliore. D’altra parte, come mai nessuno rifletta sul fatto che un eventuale premio possa essere il riconoscimento di una “professionalità” di grado superiore, resta un mistero. Ai più basta il gadget aziendale o il cesto natalizio per sentirsi considerati, dimenticando che spesso, troppe volte, gli avanzamenti nell’inquadramento professionale non avvengono per merito, ma per servilismo.

Non occorre essere bravi. Occorre essere utili all’Azienda. Allora avanzi.

E se sei bravo? Ovvio, la targhetta di riconoscimento con il GRAZIE del grande capo non te la toglie nessuno.

 

I furbi esistono perché esistono gli sciocchi.

E se lavorare è una necessità per molti, e quindi farlo per un’azienda con scopo di lucro che sfrutta i singoli a tal fine, diventa, in questo caso, ammissibile (perché NECESSARIO alla sopravvivenza), anche se non condivisibile, e comunque ammissibile entro certi limiti, (che non si sfoci, ad esempio, nel servilismo), partecipare entusiasti alla propria derisione pubblica…diventa patologico.

Anzi…riflettendoci…diventa MERITEVOLE DI UN ATTESTATO DI MERITO!

 

Clap! Clap!

DILVA

Si alza ogni mattina alle 6:00, Dilva.

Ma non perché sia mattutina. Ma per abitudine.

In realtà è sveglia nel letto da almeno un paio d’ore.

L’età avanzata le ha portato via anche il sonno riconciliatore.

 

Stende i panni tutte le mattine alle 8:50, Dilva.

Ma non perché la sua giornata sia poi così tanto programmata.

Ma perché è talmente ormai padrona del suo tempo, che è lei a scandirlo per tutti noi.

 

Mi saluta con il cenno della mano, Dilva.

Mentre aspetto l’apertura del cancello automatico ed intanto la osservo nelle sue faccende affaccendata,

all’ingresso della sua casina piccina picciò, con la porta in legno sverniciato piccina picciò,

con le finestre a battenti piccine picciò, in una corte semi-abbandonata piccina picciò.

 

Ha una figura esile, Dilva.

Sottile, con il vitino da vespa ben delineato, caviglie sottili.

Che spuntan da sotto la sottana di raso, che spunta da sotto la gonnellina a fiori blu,

che spunta da sotto il grembiule con i ricci frù frù.

Avresti quasi voglia di cullarla fra le mani.

Piccola, tenera…si lascerebbe usare per il solo gusto di poter esser utile alle tue ansie.

 

Ha la dolcezza di una nonnina, Dilva.

Quella che hai sempre voluto. Con il suo profumo di naftalina e di biscotti.

Con i suoi occhiali da presbite con la montatura spessa.

Con i suoi capelli brizzolati in piega, sempre in ordine, mai troppo.

Con il suo ditale, l’ago e il filo, pronta a rammendarti gli strappi del cuore con il suo sorriso solcato.

 

Ha un’eleganza spontanea, Dilva.

Di quelle che sopravvivono al grigiume del suo quotidiano, della sua prole becera,

dei suoi mariti deceduti troppo in fretta, delle parole pettegole della gente onesta,

di una realtà che prova da decenni ad ingoiarla, ma che deve rassegnarsi a portarla in palma di mano:

non si riesce ad umiliare una regalità innata.

 

Sorride innumerevoli volte, Dilva.

Con quell’aria di chi avrebbe tanto da raccontare, ma che non si permetterebbe mai di farlo,

se non su richiesta esplicita.

E le pieghe dei suoi sorrisi rivelano gioie, dolori, entusiasmi, delusioni, passioni, abitudini di un tempo.

Dove tutto era permesso solo nel segreto del proprio intimo.

Quando erano gli sguardi a condurre la danza della vita.

 

Lascia scorrere il tempo, Dilva.

Limitandosi ad osservarlo dal suo cantuccio, restando volutamente in disparte,

protagonista solo in funzione di qualche necessità altrui.

Cullandosi nei suoi meravigliosi ricordi.

 

  ”Di balli in valzer nelle sagre di paese. Come mi piaceva ballare!

   Di abiti  a fiori sgargianti , svolazzanti al ritmo del cuore.

   Di mariti che mi hanno adorata.

   (perdonati in cuor suo ancor prima che le tombe fossero chiuse, per non averlo fatto

    fino alla fine dei suoi giorni)

   Del profumo del pane della mia giovinezza.

   Della mia famiglia, mia madre, mio padre…come ci volevamo bene! “

 

Ha un’età infinita, Dilva.

Di quelle sospese nel tempo. Che non ti aspetti mai continuino a scorrere.

E che rivela la sua dimensione terrena solo nella scia delle parole biascicate,

quasi sussurrate, un po’ balbuzienti, ma sempre miti.

 

Per quanto tempo ti ritroverò ancora, di sera, seduta sull’uscio, Dilva?

Pronta ad accogliere il ritorno di tutti. Dopo giornate di frenesie intense, e quasi mai volute.

A distribuire pantaloni orlati a questo, tute rammendate a quello, attimi di infinito a tutti…

 

Quanto tempo mi resta per leggerti ancora, Dilva?

 

 

 

Ma che bontà, ma che bontà…ma che cos’è questa robina qua!

 

Io : “Buongiorno!”

La Mamma : “Buongiorno Sig.ra. Possiamo dare un’occhiata?”

Io : “Certo, prego.”

 

La Mamma : “Senta, scusi, stavamo cercando un regalo per una ragazza.”

Io : “Mi dica pure. Per un compleanno?”

La Mamma : “Si, compie 26 anni. Solo che abbiamo dato un’occhiata, ma brancoliamo nel buio. Sa, è una tipa un po’ strana. Poco modaiola. Molto solitaria. Ama leggere, scrivere e viaggiare. Non sappiamo proprio cosa potrebbe piacerle.”

Io : “C’è un articolo che riunisce queste 3 passioni. E’ però un articolo di nicchia. Si tratta del City-Notebook della Moleskine. Venga, le faccio vedere.”

Io : “Ecco qui. Le Moleskine sono taccuini che riproducono i leggendari taccuini degli artisti ed intellettuali europei degli ultimi due secoli. La loro caratteristica è la copertina rigida nera e l’elastico. Ovviamente i taccuini originali erano semplicemente in fogli di carta bianca. Oggi queste riproduzioni hanno ampliato la gamma, cercando di accontentare un pubblico più vasto. Arrivano addirittura a fare dei taccuini pentagrammati per gli amanti della musica. E questi City Notebook sono nati dall’esigenza che hanno tutti i viaggiatori per passione di appuntare i luoghi visitati, i posti più caratteristici, gli angoli scovati e non conosciuti da nessuno. Apra pure.”

Aprono un taccuino a testa, e sfogliano le varie sezioni.

IO : “Come vedete ogni Notebook è dedicato ad una città famosa nel mondo, e contiene, oltre alle pagine bianche dove appuntare quel che si vuole, una mini-guida della città stessa, con key-map riassuntiva, una mappa metropolitana, l’indice delle stazioni, nonché cartine di zona ingrandite con indice delle strade, ma anche pagine staccabili per appunti volanti o scambiare messaggi, e via dicendo.”

LA FIGLIA : “So che va spesso a Londra, potrebbe essere un’idea carina.”

LA MAMMA : “Dici? Mi sembra un regalo più da uomo. Non so. Questa copertina nera…mi sa di funebre. Non li ha colorati?”

IO : “No, Signora. E’ la loro caratteristica principale. L’anno scorso hanno proposto i taccuini semplici in versione vernice laccata o nera o rossa, ma non hanno avuto molto successo, proprio perché gli amatori delle Moleskine apprezzano questa caratteristica di sobrietà esterna. Guardi, noi come ********** abbiamo anche preparato questi opuscoli informativi, in cui viene spiegata e illustrata la storia di questi leggendari taccuini.”

Le porgo un opuscolo.

Non lo apre, guardando solo la copertina esterna.

LA MAMMA : “Non so. Non mi convince. Ho paura che non li conosca. Qualcos’altro che richiami le sue passioni?”

IO : “Venga. La *** Boutique produce cartoleria pregiata, per gli amatori della carta fatta a mano, dei pennini ad inchiostro, delle ceralacche. Come vede abbiamo diversi articoli. Si spazia dalla carta da lettera, bianca e  intonsa o colorata e disegnata a mano…”

…sorpassiamo l’espositore delle carte da lettere…

“…ai pennini di ogni foggia e colore: da quelli semplici in legno chiaro con punta semplice, a confezioni più grandi, con corpo anche in metallo e diverse punte da calligrafia, a quelli con il corpo di piuma sintetica, bianca o colorata…”

…giriamo verso l’espositore degli inchiostri…

“…ci sono anche gli inchiostri profumati, che piacciono moltissimo.”

LA MAMMA : “Ah, sì?”

IO : “Sì, Signora. Non facciamo in tempo a riordinarli.”

…sorpassiamo anche la zona inchiostri…

“…e per finire abbiamo i timbri per ceralacca. Timbri con iniziali, con disegni per diversi occasioni, con i numeri, e ceralacche di vari colori.”

LA FIGLIA : “C’è l’imbarazzo della scelta. Ma i prezzi?”

IO : “Ovviamente ce la caviamo anche con un investimento base di 10 €, che bastano per un pennino semplice con un foglio di carta a mano, o per un set di 2 inchiostri profumati, fino ad arrivare all’importo che si desidera.”

LA FIGLIA : “Uhm…Mi sembra un po’ troppo poco per 10 €. In fondo queste cose si trovano ormai ovunque, anche nei supermercati. Non vorrei fare brutta figura.”

IO : “Hoibò…ma gli articoli che vi propongo hanno una loro confezione particolare, con tanto di certificato di garanzia MADE IN ITALY, e Marchio di Fabbrica. Non verrebbero semplicemente confezionati solo con la nostra  carta-regalo. E comunque, ciò che vede qui esposto, non lo trova sicuramente in una grande distribuzione, dove invece troverà imitazioni per la scuola, e le differenze fra questi tipi di articoli sono davvero molte.”

LA FIGLIA : “Non so…Non volevo spendere più di 15 €, e con questo prezzo ci esce ben poca cosa di questo tipo.”

LA MAMMA : “Oddio. Ogni volta che c’è da fare un regalo, ci si sbatte in questa maniera. Non mi piace per nulla scegliere regali.”

IO : “Ma no. La scelta di un regalo per qualcuno dovrebbe essere un momento di svago, dove far confluire le passioni della persona omaggiata con il nostro gusto personale. Un regalo, in fondo, deve raccontare anche un po’ di noi stessi. Altrimenti resta freddo, e la poca cura nello scegliere, poi, in un modo o in un altro vien notata da chi lo riceve. Soprattutto non serve spender tantissimo, se anche un oggetto piccolino è ricercato nelle intenzioni di chi compra.”

Mi guardano estraniate. Avrò detto qualcosa che suona loro come ingannatorio. Magari pensano che sia una tiritera ad hoc per vendere. E quindi non mi danno importanza.

LA MAMMA : “Segnalibri ne hai?”

E’ passata al TU. E’ un TU di rivendicazione. Te mi consigli solo, ma sono io che scelgo.

IO : “Sì, venga. Non ne abbiamo moltissimi. Abbiamo scelto due case. Una di produzione artigianale spagnola, che realizza questi splendidi segnalibri in metallo, lucido o satinato in 3 tonalità di colore, intagliati con il laser a mano, come vede di varie forme. Molto contemporanee. Carini questi riproducenti codici a barre, ad esempio, oppure questi spiralati. Tutti comunque in color argento, bronzo o dorato, lucido o satinato.”

LA FIGLIA : “Belli!”

IO : “ L’altra casa invece è italiana. Fiorentina. E realizza questi segnalibri più classici in pelle, con pendaglio in raso. Anche qui ci sono diverse forme e colori. Ed anche diverse grandezze. E se siete indecise sul gusto, sono abbastanza classiche da riuscire ad accontentare qualsiasi lettore.”

LA MAMMA : “Sono belli. Ma vedo che saliamo di prezzo. Sia con l’una che con l’altra casa superiamo i 20 €.”

IO : “Eh, sì. Si tratta tutto di artigianato.”

Silenzio.

LA MAMMA : “Girare in mezzo a queste cose mi ha fatto già annoiare. Se cambiassimo genere?”

Dal TU, è passata direttamente ad ignorarmi.

LA FIGLIA : “In che senso?”

LA MAMMA : “Non lo so. Ci sono tante cose qui. Possiamo fare un’altra giratina? Tanto ho visto entrando che eri indaffarata, non ti disturbiamo, vero?”

IO : “Certo che no. Se avete bisogno di qualche spiegazione, sono a disposizione.”

LA MAMMA : “Grazie.”

Mi dirigo dietro il bancone, sbrigando le solite mansioni a mo’ di ”disbrigo indaffarato del cartaceo”, che fa tanto “finta indifferenza”,

 giusta cornice ad un libero shopping senza fiato sul collo.

Pochi minuti dopo.

LA MAMMA :  “Scusami, avremmo scelto. Abbiamo anche seguito il tuo suggerimento, di comprare qualcosa che piaccia anche a noi.”

Incredibile. Mi sta dando il contentino. Mi tiene in pugno.

IO : “Bene. Mi dica.”

LA MAMMA : “Prenderemmo il portacellulare di Hello Kitty in vetrina.”

LA FIGLIA : “Quello bianco con la sagoma di Kitty realizzata in pajettes. Carinissimo. Io ce l’ho rosa.”

IO : “Quello da 18 €.”

LA MAMMA : “Sì.”

IO : “Bene. Ve lo prendo in magazzino. Confezionato.”

…il gioco delle parti.

Arricciando l’ultimo nastro sulla confezione regalo, sorrido sorniona.

Penso alla ventiseienne strana, solitaria, che ama leggere, scrivere e viaggiare quando aprirà questo pacchetto.

Penso al mio piccolo e personale fallimento: non ho venduto io. Hello Kitty si vende da sé.

E’ una specie di DOGMA, una RELIGIONE. D’altra parte ho appena assistito al miracolo del passaggio dal REGALO PER (la ragazza cui è destinato)

al REGALO DI (Hello Kitty, che fa sempre la sua porca figura).

Penso a mamma e figlia che uscendo di qui archivieranno quel che è successo come normale amministrazione,

e dalle loro menti non ne scaturirà alcuna riflessione, già proiettate verso la nuova avventura giornaliera.

Padrone del loro mondo, anche nel mio mondo.

Penso a mio marito che si è opposto con tutte le sue forze all’acquisto della linea Hello Kitty.

Penso che uscirò a prendermi un caffè.

Amen.

16 Agosto

“La tua virtù è la mia sicurezza.

E allora
non è notte se ti guardo in volto,
e perciò non mi par di andar nel buio,
e nel bosco non manco compagnia
perchè per me tu sei l’intero mondo.

E come posso dire d’esser sola
se tutto il mondo è qui che mi contempla?”

 

“Sogno di una notte di mezza estate”  – Shakespeare

Auguri Nervo’…