
“Smettila con quel walkman, tutte pazzità queste!”
La paura.
La paura di vedermi scivolare via, presa da pensieri non ancora masticati da te.
Ore 7:00 colazione
Ore 7:01 tg del mattino
Ore 7:13 oroscopo
Ore 7:20 toilette mattutina
Ore 7:50 accensione dell’auto
Arrivavi in ufficio sempre in anticipo, tant’è che avevi le chiavi del magazzino.
Aprivi tu le danze.
La paura.
La paura che qualcuno con la sua inettitudine o inesperienza incidesse negativamente sul tuo lavoro quotidiano.
Ore 12:30 chiavi nella serratura.
Ore 12:31 pasta al sugo nel piatto.
Ore 12:45 mela.
Ore 12:50 “Metti a 5”
Ore 13:00 tg5.
Ore 13:10 “Ma a che ora torna da scuola?”
“Lo sai che esce all’una e un quarto.”
Ore 13:25 Ti affacci al balcone guardando verso il garage a destra.
Ore 13:28 Giro verso il garage, e te sei lì. Rientri in casa. Metto il motorino dentro.
Ore 13:33 “We’, sei tornata. Come è andata a scuola?”
“Tutto bene Pa’.”
“Hai preso qualche voto?”
“No Pa’, oggi solo spiegazioni.”
“Tanto me lo diresti se prendi un 4.”
“Pa’, ho 4 solo in geografia, lo sai.”
“Che poi non capisco perché. Hai 7 e 8 in tutte le altre materie.”
“Non mi piace Pa’, semplice. Non la studio”
Ore 13:40 Caffè.
La paura. La paura delle mie bugie. La paura che io ti inganni. La paura di vederti fregato da questi occhi.
Ore 13:50 riparti per il lavoro.
Ore 14:10 caffè nel bar sotto l’ufficio.
Ore 14:15 sei già sulla scrivania. Dovevi esserci alle 15:00.
La paura. La paura di restare in casa 5 minuti in più ed esser costretto ad uscir fuori dai dialoghi striminziti da te preconfezionati per sentirti al sicuro. La paura che queste mia labbra ti chiedano permessi adolescenziali cui non sapresti cosa rispondere se non con un “Non se ne parla.” che porterebbe al mio mutismo. La paura del mio mutismo. La paura che io scappi. La paura che io non capisca che sei costretto ad esser così. Costretto dalla tua paura.
Ore 18:20 Chiavi nella serratura. Hai la barba incolta. Mi son sempre chiesta come faceva a crescerti quel po’ di barba in poche ore pomeridiane. Hai anche le mani sporche di grasso. Non dovresti lavorare con gli operai. Lo fai. Loro non capiscono niente. Devi metterci le mani tu. La paura che mandino a puttane il tuo lavoro.
Ore 18:21 Bicchiere d’acqua gassata.
Ore 18:30 “E’ pronto il bagno?”
“Sì. Rinfrescati, ti ho preparato la tuta sul letto.”
Ore 18:50 Fresco e profumato, direzione divano.
“Hai studiato?”
“Sì, Gianni, ha studiato.”
“Hai compiti in classe domani?”
“No, interrogazione di storia dell’arte.”
“Vabbè, è una pazzità. Poi a te piace, no?”
“Sì, Pa’.”
Ore 19:00 telecomando alla mano. Che vuol dire stop con la conversazione.
La paura. La paura che ti chieda qualcosa di te. La paura di non avere argomentazioni. La paura di sentirti inadeguato con questa figlia che credi acculturata. Perché la scuola è cultura, non ne hai dubbio. Se uno va a scuola deve per forza saperne di più. A cosa vuoi che servano la musica, l’arte, le discoteche, le relazioni sociali. Tutte pazzità. Che distraggono. Dalla retta via.
Ore 19:30 “E’ pronto?”
“Quasi. Metti la tavola, bimba.”
“Sì Ma’.”
Ore 19:32 “Ecco brava. Non mangiare il pane. Se mangi senza pane non ingrassi.”
Ore 19:45 Mela.
Ore 19:50 “Allora non mi racconti nulla?”
Eccola la paura espressa. La paura che ti risponda “Sì, Pa’. Oggi con Lorenzo abbiamo fatto sesso in macchina sua. E’ stato strano. Non c’ho capito molto.” La paura di dover, a questo punto urlare. La paura di dovermi schiaffeggiare. La mia relazione di anni la conosci. Ma te DEVI sapere solo determinate cose. Tipo che Lorenzo mi porta a casa per l’ora di cena. Punto. Non ti azzardare a dirmi altro. Questo urla la tua paura.
“Cosa vuoi che ti racconti, Pa’.”
“Non lo so, non dici mai nulla. Ad esempio le tue amiche. Manuela come sta?”
“Bene Pa’.”
“Non ci vai più a studiare da lei?”
“In questi giorni è capitato di no. Ci vediamo spesso a casa di Clara.”
“Clara è quella che ha la mamma professoressa?”
“Sì Pa.”
“E’ un bene che frequenti quegli ambienti. Son contento.”
La paura. Ancora e ancora. La paura di non essere moderno. Ed eccoti qui, a recitare la parte del padre-amico, così hai sentito dire ultimamente in tv, bisogna essere anche amici dei propri figli. E al contempo la paura che abbia conoscenze sbagliate. Vaglielo a dire che la mamma di Clara è esaurita, in aspettativa da quasi un anno, in cura per il suo esaurimento da uno psicologo, che Clara non ha orari, che alla sua età fa da mamma al padre e al fratello, e che nonostante questo, forse grazie a questo, è una delle poche stelle splendenti nel mio Universo. E non perché ha tutte le versioni della Divina Commedia nella sua biblioteca. Vaglielo a dire. Sarebbe stata una confidenza più grossa delle sue capacità di affrontarla, che come unico risultato avrebbe portato il mio allontanamento anche da Clara. Padre-amico sì, ma sempre tutore della mia integrità fisica e morale.
“Pa’, devo comprarmi i jeans nuovi.”
“Li ha DEL RE?.”
“No, quelli che voglio li ha CORAZZINI a Pescara. Sono gli ultimi jeans della Levi’s.”
“E quanto costano?”
“145 mila lire.”
“Vabbè, ma con chi ci vai a Pescara.”
“Col motorino, Pa’.”
“Ma da sola?”
“No, andiamo tutte in gruppo.”
“Va bene, domani a pranzo ti do’ i soldi.”
La paura. La paura che io soffra l’inadeguatezza sofferta da te. Potevo chiederti la Luna. Me la compravi. A volte senza nemmeno che io chiedessi. Che non si dica mai che non pensavi ai bisogni di tua figlia. Per i vestiti, gli accessori, le scarpe, e i libri, potevo chiederti qualsiasi cifra. Anche per i videogames, le radio, il pc, la macchinetta fotografica (queste erano tue passioni, le stesse mie, eran quindi giustificate le spese). Ricordo di essere stata la prima della mia compagnia, alle elementari a seguire un corso di LINGUAGGIO BASIC PER PC. Di essere stata la prima ad avere uno stereo kenwood nero con le casse dai profili arrotondati; una figata. Di essere stata la prima ad aver seguito un corso di inglese su cassetta. Di esser stata la prima a portare la macchinetta fotografica in gita alle medie.
Ma guai se chiedevo soldi per un gelato, una merendina, una pizza a scuola (così ingrassi come tua zia), un disco, un biglietto di un concerto (pazzità, pazzità). Singolare che lo stereo sì, i dischi no. “Ascolta la radio”. I dischi erano una spesa fissa, e poi tu non conoscevi tutte queste canzoni moderne, che ne so che ti vai ad ascoltare. Ed io taravo. Di certo non rinunciavo al privilegio di ottenere quel che mi davi a gratis. Chiedevo di più per A per farci uscire anche B. Complice muta Ma’, che non faceva domande da dove arrivassero i dischi nuovi. Tanto te non te ne accorgevi.
Ore 20:30 Striscia la Notizia
Ore 20:35 “Che fa stasera?”
Ore 20:36 “Non lo so Pa’, Guarda su televideo, dovrebbero esserci i filmissimi a Canale 5”
Ore 20:45 Insieme sul divano. A guardare una prima visione.
La paura. Anche in quel momento. Che una scena sopra le righe insinuasse imbarazzo fra noi. Come mi avresti guardato poi?
Ti avrei chiesto qualcosa io? Ti osservavo spesso mentre col telecomando in mano e guardando nel vuoto facevi zapping durante le pubblicità. Non mi hai mai picchiata. Oddio una volta sì, ma l’avevo combinata grossa. Se mi avessi picchiata di continuo, avrei avuto una buona ragione per odiarti. Ne avevo bisogno, di una ragione per odiarti. E invece no. Eri lì, presente-assente nella mia vita, in maniera placida, ma autoritaria. Non avevo appigli per ribellarmi. Non avevo scuse per non fare quel che desideravi. Non avevo alibi per i miei colpi di testa.
Mi hai fregato con le tue paure.
Ho dovuto trovare una ragione per sconvolgere la mia vita dentro di me.
Solo oggi, che hai smesso di aver paura per me, hai il coraggio di abbracciarmi.
Solo oggi, dopo anni di pianti per questa figlia che ti ha ferito immeritatamente, piangi con me.
Solo oggi, che ti sei arreso alla mia essenza, mi chiedi consigli, mi dai consigli, mi conforti spronandomi, mi chiedi se ti voglio bene.
Solo oggi mi guardi come un appiglio, il tuo appiglio, piuttosto che come una naufraga alla deriva.
Solo oggi, che hai convogliato tutte le tue paure altrove (non le hai di certo risolte), mi sono e mi hai liberata da quel giogo.
Solo oggi, siamo padre e figlia.