Ultimamente mi capita di imbattermi molto spesso in questo concetto.
Vuoi perché troppo sbandierato, vuoi per una sua mancanza di fondo, quando nessuno se ne accorge.
Cos’è il “rispetto”?
È un DO UT DES (io rispetto te se te rispetti me)?
E’ un dovere?
A nessuno mai passa per la testa che il RISPETTO possa essere anche piacevole?
E non perché è ABITUDINE, e quindi, perchè lo accettiamo come un’istituzione morale sempre esistita e che si perpetua,
senza criticarla (=porsi delle domande su di essa) mai.
(E allora come ABITUDINE diventerebbe NORMALE, e quindi accettabilissima.)
Ma perché, se intesa nel suo significato vero, che poco si distacca da quello ETIMOLOGICO, non può che apportarci piacere.
Un piacere altruista.
Un piacere esistenziale.
Un piacere scevro da ogni forma di egoismo, ivi compreso quello del proprio compiacimento, del tipo “ho fatto ciò che dovevo”.
Anzi, rispettando veramente, il più delle volte non si fa proprio CIO’ CHE SI DEVE secondo la propria morale o la morale pubblica, ma spesso si va contro questa morale stessa.
Ma andiamo con ordine.
L’ETIMOLOGIA della parola: RISPETTO, dal latino RESPECTUS, participio passato del verbo RESPICERE, che vuol dire RIGUARDARE, AVER RIGUARDO, CONSIDERARE.
Ebbene…il nocciolo della questione sta proprio in quest’ultimo termine: CONSIDERARE.
Considerare cosa? Ciò che è buono e giusto per chi?
Per me stesso?
Per la società?
Per la maggioranza delle persone che si trovano in quel caso specifico?
No.
Per quella DETERMINATA persona che in quel DETERMINATO momento e con quel DETERMINATO bagaglio di esperienza e cultura merita di essere “rispettato”.
Insomma, rispettare qualcuno richiede lo sforzo immane di riuscire a comprendere la sua filosofia di vita, che a volte coincide con la propria (e allora diventa più facile), ma che spesso non coincide affatto con il nostro modo di pensare.
Richiede sensibilità.
Richiede apertura mentale.
Richiede capacità di andare oltre.
Oltre se stessi, oltre la morale pubblica, oltre…
Avere questa capacità, riuscire a rispettare sostanzialmente le scelte di vita e di comportamento altrui…ci eleva.
Ed elevandoci, ci procura un piacere esistenziale, che poco ha a che fare con il soddisfacimento dei propri bisogni.
E’ un piacere assoluto, neutro, che non ci appartiene se non in questo istante in cui riusciamo a far parte dell’INFINITO.
Senza contare, che riuscire a far parte dell’INFINITO anche solo per un secondo, ci porta indirettamente un beneficio:
quello di aver avuto la possibilità di CAPIRE veramente.
Capitolo a parte richiede, invece, il GIUDIZIO DI MERITO SUL RISPETTO.
Cioè…quando è dovuto il rispetto?
Capitolo a parte perché questo sì che dipende da noi stessi.
Dalla NOSTRA DETERMINATA PERSONA che ha un DETERMINATO bagaglio di esperienza e cultura.
Personalmente ritengo che in questo caso nessuno può elevarsi a giudice di merito in maniera assoluta.
Non esistono regole assolute, men che meno quelle dettate dalla propria morale o dalla morale pubblicamente riconosciuta.
Perché si rischierebbe di elevarsi non solo a giudice, ma anche ad essere superiore rispetto all’individuo che si pensa di rispettare.
“Ti rispetto perché secondo la mia morale (o la morale pubblica) meriti rispetto.”
E’ come dire…”Guarda, hai culo. Meriti rispetto per puro caso, perché appunto, guarda caso, la mia morale dice così”.
E allora, cosa fare?
Come in ogni circostanza…scegliere.
Partendo dall’assioma che TUTTI meritano rispetto, ognuno di noi forgia le proprie relazioni sociali secondo le proprie aspettative ed ambizioni. Da qui la scelta di chi, secondo noi, rientra nella categoria dei RISPETTABILI.
Sempre ricordandosi, però, che OGNI SCELTA COMPORTA RESPONSABILITA’, ed il solo ESCLUDERE qualcuno da una qualsivoglia categoria, comporta conseguenze per noi stessi, per la nostra evoluzione.
Positive…se la scelta è scevra da tabù e bisogni personali.
Negative…se la scelta è acritica, dettata da regole assimilate e mai capite.
Insomma…il segreto è nella propria capacità CRITICA.
E questa capacità critica deve servirci, badate bene, non solo a RITENERE QUALCUNO DEGNO DI RISPETTO, MA ANCHE A DECIDERE SE NOI, NON RISPETTANDOLO, E QUINDI ESCLUDENDOLO IN QUALCHE MODO, ALLA FINE NON PERDIAMO QUALCOSA.
Se poniamo la questione in questi termini…l’eventuale esclusione comporterà evoluzione.
E l’unico modo per arrivare ad una decisione in merito, è il DUBBIO.
Dubitate, gente…dubitate…
(…e proprio per aver dubitato al momento giusto, che ho in me un ricordo prezioso…un attimo di infinito col nonno malato di cuore, cui tutti vietavano di fumare -anche se il danno era fatto, e a poco serviva cambiare regime di vita a quel punto-, e al quale, invece, allungai una sigaretta in ospedale…
Chiamatemi irresponsabile…ma dal mio punto di vista è stato il gesto più rispettoso che potessi fare a lui e alla sua intera vita condotta in un determinato modo, piuttosto che umiliarlo con imposizioni comportamentali che mai e poi mai gli sarebbero appartenute…)
