Cazzo, se ho voglia di mentire ancora.Fino alla fine.

Conviviamo da 7 anni. Siamo sposati (civilmente) da quasi due.

 

“Ma’, come mai la visita di Vittoria, ieri? Erano mesi che non me ne parlavi.”

“Perché mi ha chiesto di rifinire a punto croce alcuni bavagli. Sai, la figlia aspetta il secondo bebè.”

“Davvero? Bella notizia, se è quello che voleva.”

“Non proprio, dice che non era programmato, ma un bambino è sempre una benedizione.”

“Uhm…contenti loro.”

Me la vedo, Mamy, che scuote la testa, e che vorrebbe vomitarmi addosso tutte le sue aspettative da nonna, lì appesa alla cornetta del telefono. Ma diplomatica come è sempre stata, continua a prendere il discorso “alla larga”.

 

“Buongiorno.”

“Buongiorno! Come va?”

Apro il bidone della spazzatura e con un lancio angolato ci infilo il sacchetto che avevo in mano.”

“Benone. Te, come stai?”

“Oh, beh. Ormai del tutto ripresa dall’incidente. Porto ancora alcune bende, ma il peggio è passato.”

“Vedo. Ti sento allegra, in effetti. Non è facile riprendersi in questa maniera.”

“Eh, ma sai. Io ho la piccola che mi tira su. Se non fosse per mia nipote, a quest’ora sarei ancora sdraiata nel letto.”

“Come sta la stella?”

“Oh! Benissimo. Cresce ogni giorno di più. E’ bellissima. Ma te cosa aspetti? Non aspettare troppo, non è semplice affrontare una gravidanza in età avanzata.”

“Lo so, Patrizia. Ma lo sai come siamo fatti, io e mio marito. Eterni Peter Pan. Un bambino ci riporterebbe coi piedi per terra. Non credo di volerlo ancora.”

Mi guarda con aria stupita. Non si aspettava una risposta del genere.

Inannzitutto perché è la prova che da sempre aspettava.

Le numerosi liti condominiali che ci ha viste antagoniste, eran sempre basate sulla nostra (mia e d mio marito) presunta irresponsabilità, incapacità di ragionare come una VERA FAMIGLIA, con PROBLEMI VERI, e ASPETTATIVE DI VITA VERA.

Inoltre perché nonostante la confessione, sapeva di non poter usare questo “scoop” come arma.

La mia parola contro la sua.

Questa mossa, condita dal mio sguardo sorridente, l’ha spiazzata.

Avrebbe voluto non sapere, a sto’ punto.

Non sa cosa dirmi.

Taglio l’imbarazzo io, allora : “Via, torno a casa. Stammi bene Patrizia. In gamba, eh!”

“Ciao Sa’.” …e il suo tono è laconico.

Sorrido voltandole le spalle. E pregustandomi il prossimo faccia-faccia condominiale.

 

E ancora una mia collega, proprietaria di un negozio d’abbigliamento per bambini 0-14, una di quelle da cui non ti aspetti, apparentemente, certi ragionamenti, perché perfetta come è, ti appare lontana anni luce da questi interessi populini. Modaiola, sempre in tiro, di successo, conosciuta, facente parte della creme-creme di questa piccola società provinciale, vippescamente insofferente alle chiacchiere di paese, ma magicamente informata su tutto e tutti, non si sa mai le torni comodo. Educata quanto basta a non colpire la tua suscettibilità, a meno che non le interessi in qualche modo sapere. Una mattina mi fa notare che la collezione invernale della pierre cardin per i bebè “E’ un amore. Specie per le femminucce. Ma cosa aspetti a fare un frugoletto?”. E già si rivolge alla barwoman, incurante di una mia qualsivoglia risposta. L’importante era farmi notare che aveva notato. E tutto torna. Non sarò mai IN, se non rispetto certe scadenze.

 

Voler stanare.

 

Tutti questi pensieri ferrosi, però, si trasformerebbero in un baleno in fluida compassione.

Basterebbero poche parole ad accompagnarli verso l’orizzonte di un’ipotesi che non balena nella mente di nessuno.

Chissà come mai. Forse perché se fosse vera, ne avrei già parlato. Chi è che si tiene dentro una cosa simile e lascia che altri pensino di tutto, senza batter ciglio. Chi è che accetta di rivestire un ruolo scomodo, pur di non dare in pasto al mondo il proprio privato. Ma dai, non lei. Grezza com’è non sarebbe capace di una simile sottigliezza.

E’ più facile il contrario: “Una strana come lei…cosa vuoi che ne sappia dell’istinto materno.”

 

E me lo chiamano ISTINTO MATERNO, procreare in batteria, come polli.

 

Potrei confessare. Potrei dare una spiegazione. Potrei scagionarmi. Con una motivazione che, abracadabra, dall’ Inferno mi scaraventerebbe nel limbo delle “poverine”, per buona pace delle regole dantesche.

Scusa, ma ci siam sbagliati. Eh, oh!  Non si sapeva mica quando sei montata sulla barca di Caronte. E nemmeno Minosse capì perquisendoti. D’altra parte son cose che sfuggono al tatto. Così sei finita nell’Inferno per sbaglio. Ma non preoccuparti. Una richiesta di danno biologico con lettera dell’avvocato, e rimediamo.

E sù nel limbo delle “poverine”. Cui ogni follia è perdonata : “non farci caso…poverina…te non sai che…”

 

Oltre il danno, la beffa. La mia quotidiana FOLLIA si normalizzerebbe. La curiosità verso i miei modi di fare “un po’ così” si affievolirebbe di botto. Diventerei…cazzo….sì…entrerei ufficialmente nel mondo civilizzato. Perché tutto di me verrebbe ricondotto a questa stranezza biologica. Come fosse un tarlo che ha plasmato la mia essenza. Una normalissima infelice. In questo cazzo di mondo che brulica di infelici. Ecco qua risolta la mia “diversità”. Nulla di nuovo.

 

Avrebbero un’ulteriore scusa per non affrontarmi e non affrontarsi.

 

Cazzo, se ho voglia di mentire ancora. Fino alla fine.